“La bambina di neve” di Angela Carter

Passano gli anni, sfoglio i libri già letti, e mi ritrovo sempre a rileggere questo enigmatico racconto di due paginette. È una rivisitazione di Biancaneve da parte di Angela Carter e appartiene alla raccolta di racconti The Bloody Chamber (1979). Parte come una fiaba, diventa conturbante come una fiaba, ma poi spiazza, solo come lei e altri pochi scrittori sanno fare. Propongo qui una mia traduzione: I would like, if I may, to take you on a  strange journey.


Solstizio d’inverno: invincibile, immacolato. Il conte e sua moglie vanno a cavalcare, lui su una grigia giumenta e lei su una nera, avvolta da pelli scintillanti di volpi nere; indossava degli stivali alti, neri e luccicanti, con tacchi scarlatti e speroni. Neve fresca cadeva su neve già caduta; quando smise copriva completamente il candido creato. “Come vorrei avere una bambina bianca come la neve,” dice il conte. Continuano a cavalcare. Arrivano davanti a un buco nella neve; questo buco è colmo di sangue. Dice: “Come vorrei avere una bambina rossa come il sangue.” Continuano a cavalcare nuovamente; ecco un corvo, posato su un ramo spoglio. “Come vorrei avere una bambina nera come le piume di quell’uccello.”

Non appena ebbe portato a termine la sua descrizione, eccola comparire, a fianco la strada, pelle bianca, bocca rossa, capelli neri e completamente nuda; era la bambina del suo desiderio e la contessa la odiò. Il conte la sollevò e se la mise davanti a sé in sella ma la contessa non aveva che un unico pensiero: e adesso come mi sbarazzo di questa?

La contessa lasciò cadere un guanto sulla neve e chiese alla fanciulla di smontare e andare a cercarlo; pensava di partire al galoppo e abbandonarla lì ma il conte disse: “Ti comprerò dei guanti nuovi.” A quelle parole, le pellicce balzarono d’improvviso dalle spalle della contessa e s’avvolsero attorno alla fanciulla nuda. Allora la contessa gettò la sua spilla di diamante in stagno ghiacciato: “tuffati e vai a prendermela” disse; pensò che la fanciulla sarebbe affogata. Ma il conte disse: “È forse un pesce che sa nuotare con questo freddo?” Poi gli stivali si sfilarono dai piedi della contessa e saltarono alle gambe della fanciulla. Ora la contessa era nuda come la notte e la fanciulla impellicciata e calzata; il conte era dispiaciuto per la moglie. Arrivarono davanti a un cespuglio di rose, tutte in fiore. “Coglimene una,” disse la contessa alla fanciulla. “Questo non te lo posso negare,” disse il conte.

Così la fanciulla coglie la rosa; si punge il dito con una spina; sanguina; urla; cade.

Piangendo, il conte scese da cavallo, si slacciò le brache e infilò il suo membro virile dentro la fanciulla morta. La contessa teneva a freno la giumenta scalpitante e lo fissava; lui finì presto.

Poi la fanciulla cominciò a sciogliersi. Presto non rimase nulla di lei tranne una piuma che forse era caduta da un uccello; una chiazza di sangue, come la traccia della preda di una volpe sulla neve; e la rosa che aveva colto dal cespuglio. Adesso la contessa aveva di nuovo tutti i suoi vestiti addosso. Con la sua mano lunga si accarezzò le pellicce. Il conte raccolse la rosa, si inchinò e la diede alla moglie; quando lei la toccò, la fece cadere. “Morde!” disse.

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