“Storia di un corpo” di Daniel Pennac

Daniel Pennac, Storia di un corpoTitolo: Storia di un corpo
Autore: Daniel Pennac
Titolo originale: Journal d’un corps
Traduttrice: Yasmina Melaouah
Prima edizione: 2012
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 341

“Storia di un corpo” di Daniel Pennac, come suggerisce il titolo originale, è un diario che il protagonista ha scritto a patire dai 12 anni fino ai suoi ultimi giorni. Non è un tradizionale diario ma un vero e proprio diario del suo corpo.

Ma chère Lison

L’espediente narrativo è molto semplice: dopo la morte del padre, la figlia si vede recapitare un pacco contenente una pila di quaderni con dentro letteralmente “il corpo del padre”, e lei decide di farli pubblicare. La prima entrata è un capitolo introduttivo, dove si racconta il trauma infantile che lo ha spinto a tenere un tale diario. Dopo di che comincia il vero e proprio diario, dall’elenco delle sue paure a come fare pipì senza bagnarsi i piedi “arrotolando il calzino”. E già dalle prime entrate comincia a emergere quella che, secondo me, è l’idea di fondo alla base del romanzo:

13 anni, 4 mesi, 8 giorni  Giovedì 18 febbraio 1937

Il mio corpo è anche il corpo di Violette. L’odore di Violette è come la mia seconda pelle. Il mio corpo è anche il corpo di papà, il corpo di Dodo, il corpo di Manès… il nostro corpo è anche il corpo degli altri.

Testicoli sede dell’anima?

È una lettura davvero curiosa, perché il protagonista descrive davvero tutto ciò che riguarda il suo corpo, ogni dettaglio più intimo, non solo senza vergogna ma anzi assumendo a volte quasi un’ottica scientifica, annotando minuziosamente ogni dettaglio che riguarda fluidi corporei (“Asciugandosi sulla pelle, lo sperma si crepa. Sembra della mica”), parti del corpo (“Da una quindicina di giorni, sul secondo dito del mio piede destro è comparsa una specie di ciste mai vista prima. Che sia un callo, una verruca, un durone oppure un tiloma?”), sensazioni e paure (“I testicoli possono strizzarsi di paura per gli altri, l’ho già notato a Etretat quando Mona mi ha fatto venire le veritigini avvicinandosi troppo al bordo delle falesie. […] Ne ho dedotto che le palle sono altruiste, capaci di temere per la vita altrui. Testicoli sede dell’anima?), dolori (“Mi sono tagliato il pollice riparando la gomma bucata della bici di Grégoire. […]. Molto sangue e un male cane. Uno di quei dolori che arrivano al cuore”) e tutto ciò che riguarda il corpo umano. Anche se lo vediamo crescere, quello spirito di bambino curioso che si lascia sorprendere dal suo corpo non lo abbandona mai, fino alla fine del romanzo, dove, tra le diverse annotazioni sui dolori e i problemi della vecchiaia, il diario si fa in parte personale, descrivendo come il dolore della perdita di una persona a noi cara possa trasformarsi in dolore fisico.

pennac-libro

No man is an island

È un libro da leggere perché parla di noi e del nostro corpo, in maniera diretta e senza tabù, trovando considerazioni che facciamo tutti i giorni, ma così intime che le teniamo per noi. Infine, vuole comunicare l’idea che il corpo nostro è un unico corpo collettivo, un tutt’uno, e mi piacerebbe chiudere questo articolo con le celebri parole di John Donne tratte dalle Meditation XVII:

Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte della terra. Se una zolla fosse trascinata via dal mare, l’Europa sarebbe più piccola, come se fosse un promontorio o come se fosse una dimora dei vostri amici o la vostra: la morte di ogni uomo mi sminuisce perché sono legato al genere umano, e dunque non mandare a chiedere per chi suona la campana, suona per te.

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