Che cosa significa leggere oggi “I versi satanici” di Salman Rushdie

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Titolo: I versi satanici
Autore: Salman Rushdie
Titolo originale: The Satanic Verses
Anno di pubblicazione: 1988
Traduttore: Ettore Capriolo
Editore: Mondadori

 

Sono passati quasi trent’anni dalla pubblicazione de “I versi satanici” di Salman Rushdie, il controverso romanzo che ha valso la fatwa all’autore e che non ha risparmiato nemmeno le persone in qualche modo vicine al romanzo: il traduttore giapponese Hitoshi Igarashi è stato, infatti, ucciso in un ascensore all’università di Tsukuba, mentre quello italiano, Ettore Capriolo, è stato pugnalato nella sua casa a Milano. Dopo i fatti di Charlie Hebdo mi sono spesso perso a pensare a cosa significhi la libertà di parola al giorno d’oggi e l’ancora in corso scontro tra culture diverse. Trovato per pochi spiccioli a Torino, in una delle mie librerie preferite, ma ancora prima dell’attentato al giornale satirico, ho deciso un mese fa di prendere in mano quest’opera e leggerla, e ho cercato di capire.

Di Salman Rushdie, a dire il vero, sapevo ben poco prima di leggere questo libro: purtroppo all’università si dà poco spazio ai contemporanei nei programmi di letteratura, e quindi, tranne una pagina tratta da “I figli della mezzanotte” e qualche nozione sul realismo magico, restava per me uno scrittore segnato nella mia lista “da leggere”. Già dalle prime pagine, “I versi satanici” si presenta come un’opera davvero complessa, dove non si capisce mai cosa stia realmente succedendo, e se veramente stia succedendo qualcosa. La trama, se davvero ce n’è una, racconta di questi due attori indiani, Gibreel Farishta e Saladin Chamcha, che sopravvivono a un dirottamento aereo reincarnadosi il primo nell’angelo Gabriele, e il secondo in un demonio, e il romanzo comincia proprio durante la caduta con un enigmatico incipit:

“Per rinascere”, cantò Gibrael Farishta, precipitando dai cieli, “devi prima morire […]”

Da qui in poi si va a ritroso a raccontare la storia dei protagonisti fino al momento fatidico che conclude la parte 1, perdendosi a narrare gli avvenimenti fin nei minimi dettagli con un tono, a tratti, da “Le mille e una notte”. Questi primi capitoli danno già un’impressione sullo stile narrativo del romanzo: pesante (paragrafi che vanno avanti per pagine), ampolloso, difficile e prolisso. Para colmo de males, voltando pagina e aprendo la parte 2, la situazione si complica ulteriormente: cominciano, infatti, i surreali sogni di Gibreel, e queste sono proprio le parti del romanzo che hanno fatto accusare Rushdie di blasfemia. In queste pagine, a metà tra allucinazione e sogno, lo scrittore romanza la vita di Maometto, e si rivisita anche l’episodio che dà il titolo al romanzo: i versetti satanici sono dei versetti del corano che concedevano il culto di tre dee pagane (a loro volta presenti nel romanzo) e sono stati appunto suggeriti dal demonio e successivamente ritratti da “Mahound”. Rushdie rivede nel suo romanzo questo e altri episodi della tradizione islamica in maniera controversa (esemplare è l’episodio in cui Maometto-Mahound detta i versi, il suo scriba li modifica durante la scrittura, li rilegge e lui non nota la differenza e continua a dettare), anche se il discorso che fa lui sulla religione non si rivolge esclusivamente all’islamismo ma è una critica a tutte le religioni organizzate .

La domanda è: cosa c’è in questo libro per un lettore del 2017? La risposta è: c’è di tutto. Il romanzo incarna nei due protagonisti la forza del bene e quella del male e, almeno per me, il lato oscuro del romanzo ha attratto di più la mia curiosità di lettore. Dopo esser sopravvissuti, i corpi dei due protagonisti si trasformano, e in particolare Chamcha, diventa fisicamente un vero e proprio demonio assumendo le fattezze di un caprone. I due vengono scambiati, dopo il disastro aereo, per due immigrati entrati illegalmente nel paese (anche qui, si veda l’attualità del romanzo) e Chamcha viene catturato, senza che Gibreel provi a difenderlo, e viene sottoposto a tutta una serie di soprusi da parte della polizia inglese. C’è una vera e propria demonizzazione della figura dell’immigrato, di colui che si sente sempre diviso tra due culture, aprendosi alla cultura straniera e allontanandosi da quella di partenza, perdendo la propria identità ma non diventando mai parte integrante della cultura di arrivo. Da un punto di vista puramente letterario, le parti più interessanti sono costituite, a mio parere, dai sogni, in particolare dal plot di Ayesha, questa sorta di maga vestita e circondata da farfalle che conduce il popolo a un pellegrinaggio fatale, così come la descrizione della città di sabbia di Jahilia è molto suggestiva.

Nell’alternanza delle tre linee principali, secondo un ordine che Kundera ne “I testamenti traditi” ha definito ritmico e musicale, si snoda il romanzo in un continuo rimando e gioco intertestuale tra le trame (nomi dei protagonisti che si ripetono e si equivocano, i sogni di Gibreel che sembrano diventare suoi film e così via). È una lettura difficile, soprattutto per un lettore occidentale a cui mancano i mille riferimenti alla cultura orientale. A mio parere raggiunge il suo climax nel finale, nella redenzione, nel ritrovamento di sé stessi, nell’inversione dei ruoli, nella presa di coscienza che non c’è un confine netto tra il bene e il male, e che non c’è niente di male nello scrivere tutto ciò.

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