“Il neuromante” di W. Gibson

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Titolo: Il neuromante
Titolo originale: The Neuromancer
Anno di pubblicazione originale: 1984
Pagine: 271
Traduttori: G. Cossato e S. Sandrelli
Casa editrice: Mondadori

 

 

 

Il neuromante di William Gibson è considerato il più rappresentativo romanzo del Cyberpunk. Quest’ultimo è considerato, in breve, un movimento o sub genere della fantascienza che si applica a ogni opera culturale o artistica che abbia a che fare con i computer, gli hacker o il rapporto tra il corpo umano e la tecnologia.

La trama

Il libro è ambientato in un mondo altamente distopico e tecnologico dominato dalle global corporation. Il protagonista è un hacker o, come viene chiamato nel libro, un cyber cowboy: un giorno ha deciso di rubare dalla sua azienda e, come punizione, gli è stato tolto l’accesso al cyberspazio. Il cyberspazio o la matrice (questo romanzo è stato infatti una delle fonti di ispirazione per il film Matrix) è un’allucinazione consensuale, una rappresentazione virtuale dei dati, diversa dalla concezione che abbiamo oggi di internet perché è più profondo: i segnali sono mandati direttamente al cervello, bypassando gli occhi. Continua a leggere ““Il neuromante” di W. Gibson”

Che cosa significa leggere oggi “I versi satanici” di Salman Rushdie

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Titolo: I versi satanici
Autore: Salman Rushdie
Titolo originale: The Satanic Verses
Anno di pubblicazione: 1988
Traduttore: Ettore Capriolo
Editore: Mondadori

 

Sono passati quasi trent’anni dalla pubblicazione de “I versi satanici” di Salman Rushdie, il controverso romanzo che ha valso la fatwa all’autore e che non ha risparmiato nemmeno le persone in qualche modo vicine al romanzo: il traduttore giapponese Hitoshi Igarashi è stato, infatti, ucciso in un ascensore all’università di Tsukuba, mentre quello italiano, Ettore Capriolo, è stato pugnalato nella sua casa a Milano. Dopo i fatti di Charlie Hebdo mi sono spesso perso a pensare a cosa significhi la libertà di parola al giorno d’oggi e l’ancora in corso scontro tra culture diverse. Trovato per pochi spiccioli a Torino, in una delle mie librerie preferite, ma ancora prima dell’attentato al giornale satirico, ho deciso un mese fa di prendere in mano quest’opera e leggerla, e ho cercato di capire.

Di Salman Rushdie, a dire il vero, sapevo ben poco prima di leggere questo libro: purtroppo all’università si dà poco spazio ai contemporanei nei programmi di letteratura, e quindi, tranne una pagina tratta da “I figli della mezzanotte” e qualche nozione sul realismo magico, restava per me uno scrittore segnato nella mia lista “da leggere”. Già dalle prime pagine, “I versi satanici” si presenta come un’opera davvero complessa, dove non si capisce mai cosa stia realmente succedendo, e se veramente stia succedendo qualcosa. La trama, se davvero ce n’è una, racconta di questi due attori indiani, Gibreel Farishta e Saladin Chamcha, che sopravvivono a un dirottamento aereo reincarnadosi il primo nell’angelo Gabriele, e il secondo in un demonio, e il romanzo comincia proprio durante la caduta con un enigmatico incipit:

“Per rinascere”, cantò Gibrael Farishta, precipitando dai cieli, “devi prima morire […]”

Da qui in poi si va a ritroso a raccontare la storia dei protagonisti fino al momento fatidico che conclude la parte 1, perdendosi a narrare gli avvenimenti fin nei minimi dettagli con un tono, a tratti, da “Le mille e una notte”. Questi primi capitoli danno già un’impressione sullo stile narrativo del romanzo: pesante (paragrafi che vanno avanti per pagine), ampolloso, difficile e prolisso. Para colmo de males, voltando pagina e aprendo la parte 2, la situazione si complica ulteriormente: cominciano, infatti, i surreali sogni di Gibreel, e queste sono proprio le parti del romanzo che hanno fatto accusare Rushdie di blasfemia. In queste pagine, a metà tra allucinazione e sogno, lo scrittore romanza la vita di Maometto, e si rivisita anche l’episodio che dà il titolo al romanzo: i versetti satanici sono dei versetti del corano che concedevano il culto di tre dee pagane (a loro volta presenti nel romanzo) e sono stati appunto suggeriti dal demonio e successivamente ritratti da “Mahound”. Rushdie rivede nel suo romanzo questo e altri episodi della tradizione islamica in maniera controversa (esemplare è l’episodio in cui Maometto-Mahound detta i versi, il suo scriba li modifica durante la scrittura, li rilegge e lui non nota la differenza e continua a dettare), anche se il discorso che fa lui sulla religione non si rivolge esclusivamente all’islamismo ma è una critica a tutte le religioni organizzate .

La domanda è: cosa c’è in questo libro per un lettore del 2017? La risposta è: c’è di tutto. Il romanzo incarna nei due protagonisti la forza del bene e quella del male e, almeno per me, il lato oscuro del romanzo ha attratto di più la mia curiosità di lettore. Dopo esser sopravvissuti, i corpi dei due protagonisti si trasformano, e in particolare Chamcha, diventa fisicamente un vero e proprio demonio assumendo le fattezze di un caprone. I due vengono scambiati, dopo il disastro aereo, per due immigrati entrati illegalmente nel paese (anche qui, si veda l’attualità del romanzo) e Chamcha viene catturato, senza che Gibreel provi a difenderlo, e viene sottoposto a tutta una serie di soprusi da parte della polizia inglese. C’è una vera e propria demonizzazione della figura dell’immigrato, di colui che si sente sempre diviso tra due culture, aprendosi alla cultura straniera e allontanandosi da quella di partenza, perdendo la propria identità ma non diventando mai parte integrante della cultura di arrivo. Da un punto di vista puramente letterario, le parti più interessanti sono costituite, a mio parere, dai sogni, in particolare dal plot di Ayesha, questa sorta di maga vestita e circondata da farfalle che conduce il popolo a un pellegrinaggio fatale, così come la descrizione della città di sabbia di Jahilia è molto suggestiva.

Nell’alternanza delle tre linee principali, secondo un ordine che Kundera ne “I testamenti traditi” ha definito ritmico e musicale, si snoda il romanzo in un continuo rimando e gioco intertestuale tra le trame (nomi dei protagonisti che si ripetono e si equivocano, i sogni di Gibreel che sembrano diventare suoi film e così via). È una lettura difficile, soprattutto per un lettore occidentale a cui mancano i mille riferimenti alla cultura orientale. A mio parere raggiunge il suo climax nel finale, nella redenzione, nel ritrovamento di sé stessi, nell’inversione dei ruoli, nella presa di coscienza che non c’è un confine netto tra il bene e il male, e che non c’è niente di male nello scrivere tutto ciò.

“Lolita” di Vladimir Nabokov

lolitaTitolo: Lolita
Autore: Vladimir Nabokov
Prima edizione: 1955
Casa editrice: Adelphi
Traduttore: Giulia Arborio Mella
Pagine: 395

“Lolita” di Nabokov è un libro che mi ha sconvolto, e un libro del 1955 che riesce ancora a sconvolgere lettori del 2017 la dice davvero lunga. A volte, mentre leggevo sul treno, alzavo gli occhi, come se la gente potesse vedere le nefandezze che Humbert Humbert mi stava raccontando.

Il professore di letteratura francese & le ninfette

Un certo Dr. John Ray Jr introduce il manoscritto del protagonista, “oggi un classico negli ambienti psichiatrici”, allo scopo “di allevare una generazione migliore in un mondo più sicuro”. Subito dopo prende parola lui, Humbert Humbert, con uno degli incipit più famosi della storia della letteratura: Continua a leggere ““Lolita” di Vladimir Nabokov”

“Storia di un corpo” di Daniel Pennac

Daniel Pennac, Storia di un corpoTitolo: Storia di un corpo
Autore: Daniel Pennac
Titolo originale: Journal d’un corps
Traduttrice: Yasmina Melaouah
Prima edizione: 2012
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 341

“Storia di un corpo” di Daniel Pennac, come suggerisce il titolo originale, è un diario che il protagonista ha scritto a patire dai 12 anni fino ai suoi ultimi giorni. Non è un tradizionale diario ma un vero e proprio diario del suo corpo.

Ma chère Lison

L’espediente narrativo è molto semplice: dopo la morte del padre, la figlia si vede recapitare un pacco contenente una pila di quaderni con dentro letteralmente “il corpo del padre”, e lei decide di farli pubblicare. La prima entrata è un capitolo introduttivo, dove si racconta il trauma infantile che lo ha spinto a tenere un tale diario. Dopo di che comincia il vero e proprio diario, dall’elenco delle sue paure a come fare pipì senza bagnarsi i piedi “arrotolando il calzino”. E già dalle prime entrate comincia a emergere quella che, secondo me, è l’idea di fondo alla base del romanzo: Continua a leggere ““Storia di un corpo” di Daniel Pennac”

Metro, treno, partenza, underground

Underground di Haruki Murakami

undergroundTitolo: Underground
Autore: Haruki Murakami
Titolo originale: アンダーグラウンド
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 447

 

 

È strano cominciare a parlare del proprio autore preferito partendo da una delle opere meno conosciute. Addirittura un saggio e non un romanzo. Tuttavia Underground è, a mio avviso, un lavoro fondamentale per capire i romanzi di Murakami e alcuni dei temi a lui più cari.

L’attentato a Tokyo

Come dice il sottotitolo stesso dell’edizione italiana a cura di Einaudi (traduzione di Antonietta Pastore), Underground è un racconto a più voci dell’attentato della metropolitana di Tokyo. Nel 1995 alcuni membri del culto religioso dell’Aum (fondato nel 1987 da Asahara Shōkō) hanno diffuso in metropolitana delle sacche contenente sarin, un potente gas nervino inventato negli anni Trenta su incarico di Hitler. L’attentato ha causato numerosissime vittime tra morti e intossicati. L’opera, divisa in due parti, raccoglie le interviste dei sopravvissuti dell’attentato, raccontando dove erano, come hanno reagito, come l’attentato ancora oggi influenzi la loro vita. In realtà l’edizione italiana raccoglie ben due opere diverse: la prima parte, intitolata Underground è stata pubblicata per prima prima e raccoglie le interviste dei sopravvissuti; la seconda parte, intitolata Nel luogo promesso Underground 2 (約束された場所で―underground 2, riprendendo nel titolo i versi di An Old Man Awake in his Own Death di Mark Strand ) è stata pubblicata successivamente e raccoglie le interviste dei membri del culto Aum. Continua a leggere “Underground di Haruki Murakami”

L’ipnotista di Lars Kepler

ipnotista_Lars_KeplerTitolo: L’iponista
Autore: Lars Kepler
Titolo originale: Hypnotisören
Traduttore: Alessandro Bassini
Casa editrice: Longanesi
Anno di prima pubblicazione: 2009
Pagine: 585

L’ipnotista è un triller di Lars Kepler, pseudonimo della coppia svedese Alexander Ahndoril & Alexandra Coelho Ahndoril. Esatto, un libro scritto da una coppia. Alcuni saranno molto scettici (io lo ero), ma andiamo al punto.

È un po’ difficile parlare di un thriller senza spoiler, quindi questo articolo sarà composto da due parti:

PER QUELLI CHE NON HANNO LETTO IL LIBRO

Il romanzo si apre con un brutale omicidio: un’intera famiglia viene uccisa e gli unici sopravvissuti sono il fratello piccolo e la sorella. Il ragazzo è l’unico testimone ma si trova in stato di shock. Per farlo parlare e capire cosa è successo chiamano Erik Maria Bark, un medico specializzato nel gestire gli eventi traumatici tramite ipnosi. Erik ha chiuso con l’ipnotismo in realtà 10 anni fa ed è molto riluttante nel praticarlo di nuovo. Alla fine si convince e lo fa. Quello che rivelerà il ragazzo sotto ipnosi sarà ovviamente scioccante, provocando il ritorno di un passato che perseguiterà Erik e la sua famiglia. Co-protagonista del romanzo è Joona Linna, una raccolta di stereotipi sull’investigatore fatto personaggio: uomo sexy con accento finlandese costantemente circondato da donzelle che non si sbaglia mai (con scene della serie: “Allora? Avevo ragione?” “Accipicchia Joona, hai sempre ragione!”). Chi è veterano del genere thriller troverà questo personaggio a dir poco fastidioso. Continua a leggere “L’ipnotista di Lars Kepler”